La Storia

Tresana, una lunga storia

Il territorio del Comune di Tresana ha sempre fatto parte sin dal primo Medioevo dei beni degli Obertenghi, signori forse originanti da un gruppo longobardo lucchese chiamato Adalberti e che si impianterebbe a Gragnana di Malgrate.

Gli eredi obertenghi, Malaspina ed Estensi saranno dal XII secolo i signori della Lunigiana ed in particolare della destra Magra e del feudo di Mulazzo dopo il 1221.

Infatti in questo anno Corrado figlio di Obizzo I il Grande e il nipote Obizzino Malaspina, dopo avere diviso i beni della famiglia in Lombardia, a Parma nella chiesa di Sant’Andrea si dividono la Lunigiana. Corrado prepara la divisione e Obizzino opta per la sinistra Magra; adotta lo stemma dello Spino Fiorito e pone la sede a Filattiera. Corrado tiene quindi la sinistra con la Val di Vara e con Villafranca, che poteva controllare la Francigena; pone la sede a Mulazzo e mantiene lo stemma con lo Spino Secco.

Mulazzo era già stato citato nel diploma del Barbarossa ad Obizzo Malaspina nel 1164…”Mulazzanum cum tota curia” insieme a Malnido, Groppofosco, Casola e la quarta parte di Filattiera. Era poi nominato fra i testimoni del lodo del 1202 fra i Malaspina e il vescovo di Luni, emesso da Ubaldo e Truffa dei Signori da Castello.

Nel 1220 lo ritroviamo nel diploma di Federico II a Corrado ed Obizzino in cui compare “Mulatium cum tota curia”.

Corrado da Maria dei Signori di Vezzano, ebbe quattro figli: Moroello, Obizzo, Manfredi e Alberto detto il Moro.

Morto Obizzo prematuramente, nel 1266 Moroello e Alberto coi nipoti si suddivisero il feudo in quanto seguivano la legge longobarda che non contemplava il Diritto di Primogenitura. Ne nacquero tre feudi Mulazzo, Villafranca e Giovagallo.

Il feudo di Giovagallo comprendeva secondo il Branchi, anche Lusuolo, Madrignano, Verrucola, Cerbellari (Virgoletta, la medievale Verrucola Corbellari?) e metà di Arcola. Manfredi pose la residenza a Giovagallo, forse perché più fortificato o forse perché di lì poteva controllare meglio i suoi beni, essendone al centro.

Fu un valoroso condottiero, chiamato Manfredo Lancia, pare per l’abilità che aveva nell’usarla. Fu podestà di Milano e combattè contro i Pavesi. Poi entrò in rapporti amichevoli con Genova e combattè in Sardegna.

Pare morisse nel 1285 e gli subentrò il figlio Moroello che combattè contro i Pisani e i Pistoiesi. Nel 1307 fu Capitano della Taglia per Firenze contro Arezzo.

Nel 1306 coi cugini di Villafranca e Mulazzo, chiamò Dante per concludere la pace col Vescovo Conte di Luni, Antonio Nuvolone da Camilla. Dante lo immortalò nel XXIV Canto dell’Inferno per bocca di Vanni Fucci “ …Tragge Marte vapor di Val di Magra, Ch’è di torbidi nuvoli involuto, E con tempesta impetuosa ed agra….” . Morì prima del 1315 e lasciò la vedova Alagia Fieschi, ricordata da Dante nel XIX Canto del Purgatorio dove lo zio Adriano V, avversario di Moroello la cita: ” Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, Buona da se: pur che la nostra casa Non faccia lei per esemplo malvagia: E questa sola di là m’è rimasa”.

Il figlio Manfredo poco si occupò dei suoi beni e li affidò a vicedomini, ma mentre era lontano, uno di questi si ribellò, ma lui riuscì a batterlo e nel 1344 tornò a Giovagallo.

Da Anna di Salinguerra Tonelli, Signore di Ferrara ebbe Moroello ed Alagia. Moroello si sposò con Argentina Grimaldi di Genova che morto lui, si risposò con Galeotto Malaspina di Fosdinovo e nacque Giovanni, morto precocemente.

Non essendovi altri eredi il feudo passò ai cugini Federico ed Azzone, figli di Opizzino di Villafranca.

Il feudo di Tresana

Tresana forse da Turris intesa come torre d’avvistamento e poi da questa il toponino d’area Turrisana, come Lunigiana o forse, secondo Manfredo Giuliani da Trivium in quanto da lì partivano tre vie, per il Genovesato, il Piacentino e la Toscana. Fu parte del feudo di Mulazzo, di Villafranca e in ultimo di Lusuolo da dove si staccò dopo il 1470 e fu di Giovan-Giacomo, Giovan-Giorgio e Tommaso, figli di Opizzino Malaspina che suddivisero col cugino Iacopo-Ambrogio di Iacopo.

Del feudo di Lusuolo che nel 1355 fu assegnato ad Azzone, facevano parte Lusuolo con Canossa, Tresana, Giovagallo, Riccò, Podenzana, Aulla, Bibola, Pallerone, Brina, Ponzano, Monte di Vagio, Gorasco, Beverino, Madrignano, Calice e Veppo.

Nel 1366, morto Azzone Malaspina, i cinque figli si divisero il feudo e si sa solo che a due, Franceschino e Opizzino, furono dati: Lusuolo, Canossa, Tresana, Giovagallo, Zinigolla, Riccò, Aulla, Burzone, Calice, Veppo, Madrigano e 50% di Bolano.

Ad Opizzino spettarono poi Tresana e altre terre. Fu valente condottiero e sposò Margherita di Moroello Malaspina di Mulazzo ed ebbe Moroello, Giovan-Giacomo e Alagia. Pare morisse nel 1369. I due fratelli suddivisero il feudo nel 1408 e a Giovan-Giacomo spettò Tresana con Ponzano e Brina.

Solo Giovan-Giorgio è ricordato come signore unico di Tresana, forse per la morte del fratello ed ebbe un figlio di nome Guglielmo. Fu marchese stimato anche da Francesco Sforza di cui divenne feudatario e da Spinetta Malaspina di Villafranca che lo nominò tutore dei suoi figlioli.

Nel 1521 a Venezia, Guglielmo ebbe da Carlo V, imperatore, la conferma dei feudi e nel 1526 fece da paciere a Pontremoli nella lotta fra gli “opiddani e i rurali”, avendo così l’esenzione da dazi e gabelle.

Divenuto troppo potente nel 1528 fu ucciso dagli uomini di Giovagallo, Tresana e Barbarasco che si erano ribellati.

Ebbe tre figli che ricevettero l’investitura nel 1530 e gli uomini di Tresana, Lusuolo, Giovagallo e Riccò li difesero dal Marchese Teodoro di Ponzano che ne aveva assunto la tutela e volava spogliarli dei loro beni. Morto poi Carlo, i due fratelli nel 1560 si divisero.

A Ercole toccarono Lusuolo, Giovagallo, Canossa e Riccò, mentre a Francesco Guglielmo, Tresana con le sue dipendenze, fra cui Villa dove era anche un hospitale e che si costituì poi in feudo autonomo che in seguito passò alle dipendenze di Villafranca, assieme a Virgoletta e Rocchetta Vara. Questi poi chiese come già avevano fatto altri Malaspina di istituire il Diritto di Primogenitura per non dover più dividere il feudo e gli fu concesso. Abbassò le tasse e altre ne tolse fra cui la Dadia che toccava tutte le vendite, testamenti, doti e altro, in cambio di una una tantum di 100 scudi.

Si recò alla Corte di Mantova e il duca lo inviò come ambasciatore in Germania. Gli fu concesso per le sue benemerenze di aprire una Zecca di cui si conoscono poche monete. Morto, gli successe il figlio Francesco, minorenne.

Al tempo ci fu una lite con Lusuolo per un terreno chiamato roveredo, posto sul confine. La tutrice Benedetta cercò di accordarsi coi vicini, allora dipendenti dal Granduca di Toscana che la favorì, spinto dall’Imperatore che ricordava lebenemerenze del padre, anche se poi continuarono le liti sino a quando Guglielmo, figlio di Francesco, non riuscì ad annettersi il terreno.

Questi si sposò con Susanna Malaspina di Montereggio e nel 1588 pubblicò una nuova tariffa degli atti giudiziari. Fu nominato Governatore di Pontremoli e per questo acconsentì che Milano mettesse delle truppe spagnole a Tresana, anche se poi se ne pentì e nel 1593 passò alle dipendenze del Granduca di Toscana.

Era ben visto dalla Corte imperiale, ma preferì tornare in Italia al servizio del Granduca di Toscana. Si salvò nel 1590 da un tentativo di uccisione da parte del governatore di Lusuolo, Scipione Vannini, con cui aveva discusso. Fu poi ambasciatore a Modena e Mantova.

Fece suo luogotenente Castruccio Baldassini, lucchese e nominò direttore della Zecca un francese, Claudio Anglesi: Nel 1598 si scoprì che vi erano state coniate monete false dei governi di Francia, Sardegna, Venezia, Genova, Bologna, Massa e Roma.

Da Modena ordinò al suo luogotenente di punire il direttore, ma il Baldassini ne era complice e lo lasciò fuggire e poi lo seguì quando Francesco tornò a Tresana.

La reputazione di Francesco subì un forte calo e fu convocato dal Vescovo di Luni, ma non si presentò e il vescovo lo condannò a multa di 10.000 ducati d’oro e alla scomunica. Non rispose perché lui dipendeva dall’Imperatore e non dal Vescovo e l’Imperatore fece chiamare il Nunzio Apostolico e lo pregò di non molestare il marchese.

Raggiunse quindi Tresana, ma non avendo pagato morì poi scomunicato; i suoi sudditi nel 1603, irritati dal suo malgoverno si ribellarono, volendosi dare alla Spagna.

I rivoltosi rimasero padroni di Tresana e del marchese, ma il castello fu tenuto da Cornelio Malaspina di Licciana, suo amico. Francesco fu poi liberato e andò a Milano che ordinò a Pontremoli di soccorrere il castellano Cornelio con 1.500 soldati. Tuttavia Francesco non potè essere assistito di persona dai Pontremolesi perché era scomunicato. Poi il Governatore di Pontremoli consigliatosi con gente del posto, fece allontanare Francesco con la famiglia e con lui Cornelio e consigliò i rivoltosi di rivolgersi al Ducato di Milano per le loro proteste.

Il Ducato cercò poi di fare rientrare Francesco nelle sue terre, ma i Tresanesi lo impedirono, spararono anche sul messo del Ducato milanese e il marchese, nonostante le investiture non potè riappropriarsi del feudo di Tresana.

La pace si fece nel 1608 e i Tresanesi si impegnarono a fornire al marchese cibi, salari per i dipendenti e corvèe. Tuttavia Francesco dovette subire il controllo degli Spagnoli con il loro delegato e morì alla Mirandola nel 1613.

Fece testamento, nominò i tutori dei figli e chiese di conservare il feudo alle dipendenze del Granduca di Toscana.

L’ultimo marchese Malaspina fu Guglielmo nato verso il 1596.

Non si hanno notizie dell’infanzia e adolescenza del Marchese fino al settembre 1613, quando sposò Anna di Lazaro Malaspina, marchese di Olivola – oggi un piccolo Comune in provincia di Alessandria – in coerenza con la strategia endogamica che legava i vari rami del casato Malaspina. La dote fu fissata in 1800 scudi di moneta di Fivizzano. Il Marchese ricevette 300 scudi subito e altri 1200 nel febbraio del 1616, da Lazaro Malaspina d’Olivola, fratello della moglie. I beni della moglie dovettero essere un’utile risorsa per le alte spese del Malaspina, perché l’11 ag. 1634 assegnava ad Anna le entrate del feudo denominato Giardino, attualmente frazione di Pontedera, in compenso e reintegro di mille scudi. Da Anna il Marchese non ebbe figli, ma aveva una figlia naturale, Lucrezia, che andò in moglie a Giovanni Vannini di Tresana.

Il 10 sett. 1613, dopo la morte del padre, il Marchese ricevette l’investitura a Milano dal governatore don Juan Hurtado de Mendoza in nome di Filippo III, re di Spagna e duca di Milano, da cui i feudi della Lunigiana erano formalmente dipendenti. In quegli anni il Marchese, non avendo ancora raggiunto i 25 anni, era sottoposto alla tutela della madre, che morì nel 1616, lasciandolo solo alla guida del feudo.

La vita del Marchese fu una lunga teoria di delitti e di violenze. Fin dagli anni della tutela materna le testimonianze concordano nel descrivere il Marchese come un uomo di brutale condotta. Numerose furono le violenze fisiche che consumò a danno dei suoi sudditi, in special modo veso le donne. In questi abusi fu spalleggiato dal fratello minore, Iacopo, che nel 1650 sarà ucciso dagli uomini di Tresana.

Nel 1618 fu imputato al Marchese l’omicidio di un tal Pisella, un giovane di Lusuolo ucciso nel territorio della Repubblica di Genova, per il quale fu processato a Castiglione del Terziere, in territorio mediceo. Nello stesso anno fu accusato di essere il mandante dell’omicidio del prete Francesco Pasqualino Meneghetti, curato di Tresana. Nel 1619 fece imprigionare Domenico di Prunentino di Fontanedo e sua moglie per godere della loro figlia e, ancora nel 1619, si macchiò dello stupro di una quattordicenne, violentata prima dal Marchese e poi dai suoi servitori. Nel 1623 davanti alla corte imperiale e a quella spagnola gli furono imputati altri numerosi reati, tra cui quello di aver fatto battere falsa moneta nella Zecca del Marchesato.

Anche sul piano dell’azione amministrativa il suo governo fu odioso ai sudditi, vessati dal ripristino di onerose e ormai decadute contribuzioni, le dadie, che colpirono i 300 fuochi costituenti la base fiscale del Marchesato.

Proprio le continue violenze e vessazioni spinsero i Tresanesi a sollevarsi contro di lui, cosicchè nel 1647 si ribellarono e attaccarono il castello. I marchesi chiesero aiuto ai loro parenti Malaspina e questi intervennero con milizie garfagnine e lombarde partite da Olivola, che furono però sconfitte dagli uomini del Ducato.

Ci furono diverse trattative e Guglielmo rifiutò di vendere il feudo e così i Tresanesi si rivolsero prima al Granduca di Toscana che lo voleva comprare e poi ai Genovesi che non poterono accettarlo. La lotta continuò con alterne vicende sino al 7 gennaio 1652 quando Guglielmo morì a pranzo per un colpo apoplettico, dopo che suo fratello era stato ucciso nel castello da un’archibugiata. I parenti si dichiararono disposti a rilevare il feudo, ma la popolazione si dichiarò favorevole a Sua Maestà Cattolica di Spagna e quindi a Milano e nel 1566 venne a Tresana un Delegato Regio, Giulio Cesare Calvino con pieni poteri e resse i tre marchesati di Tresana, Castagnetoli e Giovagallo.

La Corona spagnola per risparmiare nel 1659 impegnò Tresana e Castagnetoli a Bartolomeo Corsini, patrizio fiorentino, ma i Tresanesi protestarono con Sua Maestà. Tuttavia il Corsini li comprò nel 1660; la guarnigione spagnola lasciò il castello e nacque la Signoria dei Marchesi Corsini. Nonostante poi che i Tresanesi ancora protestassero, comprò anche Giovagallo.

Continuarono le proteste dei Malaspina, ma il Re di Spagna che aveva bisogno di denaro, come fu per Pontremoli, convalidò gli atti e la famiglia Corsini divenne feudataria dell’Impero con l’appoggio del Granduca di Toscana che non potendo averla, la ebbe governata da un suo fedele suddito e servitore, Bartolomeo Corsini.

Si dice che questi ben governasse e morì nel 1684, lasciando sette figli. Lorenzo il più famoso, fu Cardinale e poi Papa Clemente XII, che salvò San Marino dall’incorporazione negli Stati Vaticani ad opera di un Cardinale.

Il primogenito fu Filippo, amico del Granduca Cosimo de Medici, che affidò la cura dei suoi paesi a persone oneste, il “Dottor Giovannantonio e Andrea Leonardi di Catizzola” e applicò la legislazione della Toscana. Fu sempre fedele all’Impero, fece venire a predicare il famoso gesuita Padre Segneri. Fu inviato come ambasciatore alla Corte dell’Elettore di Baviera per chiedere la mano della principessa Violante per il suo Signore. Morì a 59 anni, lasciò due figli e Bartolomeo fu il suo successore.

Non riuscendo però a seguire il suo feudo, più avanti ne delegò il figlio Filippo che ben si comportò e si spense nel 1752. Filippo fu Accademico della Crusca e morì nel 1767 lasciando sette figli. Lorenzo fu Cavaliere di Malta, Andrea fu Cardinale che contribuì alla soppressione dei Gesuiti e Bartolomeo che fu l’erede del feudo, andò a Roma e comandò la Guardia nobile pontificia. Nel 1769 volle conoscere le Entrate del suo feudo per cui appurò che incassava 1274 scudi, ne spendeva 908 e quindi a lui restavano 366 scudi.

Bartolomeo governò Tresana con spirito ultraliberale (per quei tempi).
Il Marchese Bartolomeo, attraverso uomini di sua fiducia, ordinò la costruzione di una «Scuola di Calligrafia ed Aritmetica» affinché il suo popolo diventasse più istruito. Nel campo del lavoro si distinse per la realizzazione di una fornace per cuocere laterizi che venne collocata a Barbarasco, in località “Fossoni”. Con questa iniziativa voleva offrire ai cittadini del suo feudo maggiori opportunità di guadagno ed anche avviare delle attività commerciali collegate al settore.
Bartolomeo III viene anche ricordato per la bonifica del Piano di Tareda a Barbarasco, avvenuto con la deviazione del torrente Osca e la costruzione di un canale artificiale scavato in prossimità del molino (Bianchini), mediante il quale il territorio venne staccato dal Piano di Langhignano. La popolazione di Barbarasco guadagnò una notevole superficie di terreni ad uso irriguo sulla quale presero largo impulso sia le coltivazioni granarie che quelle foraggere.
L’ultimo feudatario fu Tommaso, ma più importante fu suo fratello Neri che prima fu Segretario onorario di Stato del Granduca e poi fu immesso da Napoleone nel Consiglio di Stato di Francia e gli fu conferita la Legion d’Onore.

Finisce così il racconto, abbreviato, della storia di Tresana ripreso in parte dal I/II tomo della Storia della Lunigiana Feudale di Eugenio Branchi del 1897/98.

Sandro Santini

 

Confini del feudo di Tresana seconda metà  del XVIII secolo.

Tutto questo fino al 1797, dove sull’influsso della rivoluzione francese,pose fine al regime feudale nei marchesati di Tresana e Giovagallo.

Grazie all’ Editto di Chabot del 2 Luglio 1797 sono soppressi i feudi in Lunigiana e viene instaurato il principio dell’eguaglianza per le persone e le proprietà.

Il feudalesimo cessava, così, in Lunigiana ed i privilegi e l’immunità del clero e della nobiltà vengono, definitivamente, aboliti.
Con l’arrivo dei francesi, la municipalità autonoma di Tresana, fu compresa nella Repubblica Cisalpina e nel 1798, a seguito della riorganizzazione del territorio lunigiano e la creazione dei due distretti di Fosdinovo e di Mulazzo, venne iscritta nella giurisdizione di quest’ultimo.

Nel 1808 con l’annessione della Toscana all’Impero francese il territorio fu organizzato in mairies, la nuova municipalità ereditata dal sistema amministrativo francese. L’organizzazione municipale prevedeva la nomina da parte del prefetto di un maire(in francese municipio) . Il maire restava in carica cinque anni, era coadiuvato da un numero variabile di aggiunti e esercitava le sue funzioni sotto la vigilanza del prefetto e del viceprefetto o su loro delega.

La Mairie era amministrata da un Maire affiancato da uno o più Aggiunti e da un Consiglio Municipale. Solo il Maire aveva funzioni esecutive, mentre il Consiglio, con funzioni consultive, si riuniva per deliberare sui bilanci sotto la presidenza del Maire o di un Aggiunto in sua vece. Al Maire erano demandate l’amministrazione delle entrate e delle spese, le funzioni di polizia e la direzione dei lavori pubblici.

La mairie di Tresana comprendeva i popoli di Canossa,Riccò, Lusuolo, Bolla, Barbarasco, Careggia, Castevoli, Giovagallo, Novegigola, Tresana e Villa.

Un Decreto Imperiale del 24 marzo 1809 stabilì quale sede di Circondario Pontremoli. Tale circondario comprese i cantoni di Pontremoli, Bagnone, Borgotaro, Compiano e Berceto. Con l’annessione dei territori della Lunigiana ex feudale nel 1811, le comunità di Treschietto, Villafranca, Mulazzo, Tresana, Caprio e Zeri, vennero aggregate al circondario di Pontremoli.

Caduto Napoleone, Neri tornò in Toscana; fu ancora Ministro e nel 1815 fu Delegato al Congresso di Vienna. Favorì il Commercio, fece aprire una banca, ammodernò le strade della Toscana e poi divenne Presidente del Consiglio toscano.

Intanto Tommaso Corsini il primogenito,  che dopo l’Editto del Generale Chabot del 1767 , si era  ritirato a Roma, alla caduta dell’Imperatore divenne Senatore e affidò nel 1854 Tresana al figlio Lorenzo e Castagnetoli e Giovagallo a Tommaso; in seguito però se li invertirono.

Dopo il Congresso di Vienna l’ex feudo venne assegnato a Francesco IV Duca di Modena che lo governò  dal 1816 al 1859. , ma inizialmente fu lasciato sotto il governo di Maria Beatrice d’Este duchessa di Massa e Carrara.
Il 14 febbraio 1816 si stabili’ che la Lunigiana estense fu annessa al ducato di Modena.

Ill Ducato risultava suddiviso in cinque province e 59 comuni di I e II  classe.

Tresana fu un comune di II classe del Ducato.

Il territorio della comunità di Tresana, coincidente con quello della mairie, comprendeva le frazioni di Bola, Carreggia, Castevoli, Giovagallo, Novegigola e Villa cui poi sarà aggiunto Barbarasco staccato dalla Comunità di Aulla.

L economia della Lunigiana non era il massimo come si legge da un resoconto dell epoca.

…nel 1819 l’arciprete pontremolese Carlo Bologna scriveva in termini certamente non lusinghieri, anche se chiaramente di parte: “La Lunigiana granducale […] non ha in verun conto e sotto niun aspetto bisogno della Lunigiana. Oppressi quegli sciaguratissimi paesi da otto o dieci secoli di anarchia feudale, sono poi in ultimo stati ridotti pressoché al niente dal Governo Italico e dal Duca di Modena, i quali per somma infamia han voluto far gravitare sopra le balze e i dirupi della Lunigiana , gli stessi carichi sotto cui gemevano le vaste doviziose pianure lombarde. Senza capitale, senza lussi, senza risorse di verun genere, con un territorio sterilissimo, questo pezzo di paese cui fa tanto fracasso il borioso governo di Modena non può che destar disprezzo e pietà. Pochissime sono le annate in cui la Lunigiana Estense raccolga tanto pane per cacciare la fame. Tutte quante le speranze dè quei disgraziatissimi abitanti si sostanziano pressoché e quasi esclusivamente nel vino, di cui a uso dire raccolgono annualmente un’assai discreta quantità, per l’ordinario eccedente il loro consumo”……..

Lo stesso  Duca Francesco IV visitò più volte questi territori ed ebbe così modo di valutare
di persona le tristissime condizioni in cui si trovavano i suoi sudditi,
Anni  funestati(1815-1820), secondo icronisti del tempo, da eventi meteorologici
disastrosi e da raccolti miseri e di pessima qualità; falcidiati da una grave epidemia di tifo petecchiale, dottamente illustrata da un medico lunigianese, originario di Giovagallo di Tresana, Vincenzo Porrini, in quegli anni attivo nel nosocomio di Pontremoli.

Nel decennio 1820-30 il nostro Comune si distingue nella produzione di farina di castagna.

Come riporta una cronaca del tempo.

“Sarà il conte Nicolò Bayard de Volo ad occuparsi della costruzione della farinaia ad Aulla e dell’annuale provvista di farina di castagna, con la me­ticolosità, quasi pignoleria, che gli era propria ,,,,

Se all’Aulla la produzione agricola era minima, nei territori di Licciana, Mulazzo, Tresana e Treschietto, i vasti castagneti davano farine abbondanti e saranno proprio Treschietto e Tresana le località dove il De Volo procurerà l’approvvigionamento per la farinaia costruita nel deposito aullese”

Se in quegli anni il Comune si distinse nei raccolti di castagne e nel ricavarne ottima farina,il quadro del territorio tresanese  purtroppo  non era da definirsi lusinghiero, oltre alla povertà e alla malattie si aggiunse il fenomeno del brigantaggio. Il 17 dicembre del 1842 l’anziano Porrini di Giovagallo scrive al Sindaco di Tresana ” … non essendo più un mistero che una squadriglia di malviventi…. percorrano i siti boschivi di Podenzana, Giovagallo, Careggia e Villa … da rendere insicuri il transitare in solitario in questi siti …che la polizia occorra alla sicurezza pubblica ormai pericolante …”

Anche se erano anni duri la popolazione del Comune in quel periodo aumentò,
Come si può vedere da un resoconto comunale del 1842.

Il comune contava in tutto 3450 abitanti

Prima degli anni caldi del 1848

Nel 1845 il Comune di Tresana era diretto dal sindaco Sig.Settimio Porrini 

Che lo amministrava insieme

Come riportato dall Almanacco di corte del Ducato di Modena del 1845 

La parrocchia era compresa nel Vicariato di Giovagallo

Il 18 Marzo 1848 giunse in Modena la notizia che a Vienna era scoppiata la rivoluzione: la città insorge e Francesco V fugge
Nei paesi estensi della Lunigiana tutto è confusione e anarchia: non vi è più autorità, forza pubblica e tribunali.
La propaganda in favore dell’unione al Regno Sardo di Carlo Alberto,capeggiata da Rezasco, un giovane letterato, che aveva trascorso circa vent’anni in Giovagallo nella casa dello zio paterno Settimio Porrini, s’irradia proprio da casa Porrini in Giovagallo e trova larghi consensi, nel territorio del Comune.
Molti comuni della Lunigiana chiedono ed ottengono la protezione del Re di Sardegna ed anche il Sindaco di Tresana, Settimio Porrini, l’ottiene, ma solo Giovagallo,nella sua maggioranza lo segue e alza sulle sue case quel tricolore, che il Re paladino dell’indipendenza d’Italia, fa sventolare contro l’Austria.
Le gloriose vittorie di Pastrengo e Peschiera infiammano gli animi, poi,l’esercito Piemontese è sconfitto a Curtatone, Montanara e, dopo una strenue difesa, a Custoza.
Nel nostro Comune ci fu lo scontro tra le comunità di  Barbarasco e di Giovagallo,come riportano el cronache dell ‘epoca.
La preponderanza toscana cagionò dissensi tra i comuni lunigianesi ed ebbe, conseguentemente,
la formazione dei due partiti filotoscano e filopiemontese,
col sopravvento del primo sul secondo, con la persecuzione di chi si
mostrava favorevole all’aggregazione piemontese. Si bruciavano villaggi,
si organizzavano spedizioni punitive, si spargeva il terrore: il 27
aprile alcuni signorotti di Barbarasco, toscaneggianti, fecero saccheggiare
e incendiare il villaggio di Giovagallo, che aveva optato per il Piemonte
si fecero insulti ad alcuni cittadini e fra questi Giulio Rezasco,che protestò presso il Parlamento subalpino.

 

Giovagallo é per il Regno Sardo come mostarto dalla lettera di Porrini

francollo del ducato anni 1840-1850
GIULIO PORRINI A FEDERICO GROSSI
Giovagallo, 3 giugno 1848.
Car.mo signor Grossi.
È indescrivibile l’entusiasmo che destò ieri sera in Giovagallo la notizia
della presa di Peschiera e del glorioso fatto d’armi riportato dai nostri cari
piemontesi sopra i maledetti austriaci. E di fatti, fu festeggiato con infinità
di spari e col suono delle campane a festa. Tutti, poi, erano dispiacenti delle
ferite riportate dal Re e dal figliuolo; e i contadini giovagallesi, politicamente
parlando fra loro, dicevano che Carlo Alberto faceva male ad esporsi,
perché, se mancava lui, eravamo tutti perduti. E nacque un bel fatto. Alle
prime scariche della civica bolanese, rispose Noveggiola, perché i Rossi che
posseggono a Bolano, vorrebbero entrare negli stati sardi senza paura;
cosiché festeggiarono la vittoria di Carlo Alberto, essi che tanto fecero per
non volerlo a loro principe. Sentendosi questi tiri a Giovagallo, tutti rimasero
sospesi nell’animo. I nostri speravano che fossero milizie sarde, che
venissero una volta a levarci di tante prepotenze: i toscaneggianti credevano
che fossero i toscani, i quali, secondo il solito, venissero sfacciatamente a
pigliar possesso di Giovaga1lo. In quest’ultima credenza, i toscaneggianti si
misero a sparare, ed il nostro rettore gesuitico a far suonare le campane a
festa dicendo che erano i fratelli bianchini (milizie toscane) che venivano.
In questo, giunsi io a casa e, detta la vera cagione degli spari di Bolano, una
gran parte della popolazione dette di mano agli schioppi e tutti cominciammo
a sparare con gioia, con grida di viva C. Alberto, che assordavano. I toscaneggianti,
udito il vero della cosa, ammutirono. Or vedete se questi sono
italiani. Il bello si è che le popolazioni di Pappeto e di Castevoli, credendo
che noi fossimo assaliti dai toscani, erano già sulle mosse per venire a
soccorrerei.
Oh, insomma, si finisca! lo mi raccomando a voi, a tutti quanti sentono
in petto un cuore italiano, che non può essere italiano se non è scolpito
del cuore di C. Alberto, liberatore d’Italia. Giovagallo domandò la protezione
sarda, e l’ottenne dall’intendente della Spezia; spaventato dal caso
del 27 aprile, cedette. Ma sono voti strappati dalla violenza e dalle arti
toscane, ;:. tuttavia si mantiene caldissimo per C. Alberto, quantunque
non cessino le arti di brigatori.
La Lunigiana è tutta, più o meno, sullo stesso piede. E il parlamento
piemontese non si occuperà di lei?
State sano e credetemi, vostro aff.mo amico
Giulio Porrini

Barbarascco é per Il Gran Ducato  di Toscana come mostrato dalla seguente lettera.

IL GOVERNO PROVVISORIO DI BARBARASCO AI PARROCI DI TRESANA
Barbarasco, 2 maggio 1848.
Considerando che ogni altro governo provvisorio, costituitosi in questa
provincia nei domini già appartenenti ai duchi di Parma e di Modena, ha
fatta la sua dedizione all’uno e all’altro de’ due principi italiani limitrofi,
ora esistenti;
Considerando che la maggioranza ha prescelto quello della Toscana,
a motivo principalmente della vicinità, della facilità del commercio e della
topografica posizione dei nostri paesi;
E, considerando, finalmente, le premure che ci vengono fatte, potremmo
quasi dire, a nome di questo governo medesimo, perché tronchiamo ogni
dimora;
Affine di scansare ogni ombra di irregolarità, cotanto aborrita a questi
tempi, per ovviare a ogni disordine che insorger potesse o da interni dissidi,
o dalla malignità de’ nostri vicini; e per ottenere ancora quei maggiori vantaggi
a pro del nostro comune, che ora ci è di domandare o di sperare.
Il Governo provvisorio si fa un sacro dovere di raccomandare alla S.V.
Molto Rev.da di far note queste riflessioni ai rispettivi parrocchiani, e
di intervenire allo stesso con i suoi consiglieri in Barbarasco il giorno 4
alle ore 4 pomeridiane, nella solita casa, all’oggetto di prendere quelle determinazioni
che saranno credute le più opportune, ed ho il piacere di confermarmi
con distinta stima.
Antjoni]o Spadoni, presidente.
Angiolo Bianchini
Gio. Gori, parroco

mesi, che seguirono, portarono violenze ai Giovagallesi e a chi li segui’: le truppe del Granduca e dei suoi fautori occupano la Lunigiana.

La sconfitta di Novara riporta il territorio sotto il ducato di Modena e dell’Austria con i loro sistemi di governo, ma la restaurazione è di breve durata.

Il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia il territorio tresanese fu accorpato alla regione Toscana.

Ora il territorio del Comune  appartiene al regno d’Italia di Vittorio Emanuele II.

Dopo l’unità   Tresana divenne comune autonomo compreso nella provincia di Massa e  Carrara cui, nel 1869, venne aggregata la frazione di Riccò già del soppresso comune di Terrarossa.

Nel 1870 a Popetto ebbe i natali Giocondo Lorgna il 27 settembre.

Ordinato sacerdote nel 1893,nel gennaio 1905 fu inviato a Venezia, parroco nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, dove rimase durante gli ultimi 23 anni di vita(si spense 8 luglio 1928).Nel tempo di pochi anni fondò il patronato “Divina Provvidenza”per la gioventù maschile, gli asili per bambini “Angeli Custodi”,la “Pia Unione Missionarie del SS. Sacramento” e, nel 1922, la“Congregazione delle Suore Domenicane della Beata Imelda”, per ricordare la pia bambina morta appena dopo aver ricevuto la SacraEucaristia che aveva tanto desiderato.

Il Comune nei primi anni dell’unità d’Italia continua a crescere i suoi abitanti sono 4541, come risulta da censimento del 1881.

1892 

Il sindaco di Tresana è il sig. Lazzari Antonio l annuario del Regno d Italia,da questa breve descrizione del Comune 

Nel 1910   Antonio Lazzeri  si suicidò, aveva impiantato una fabbrica di seta che, lungi dal dare profitti, aveva invece procurato grave dissesto finanziario alla sua famiglia  e questo pare sia stato la causa che lo portò a suicidarsi.

Da ricordare che il figlio di Antonio, Gerolamo Lazzeri(Bola 1894 – Varese 1941) fu un intelettuale antifascista nel 2007 il sindaco Oriano Valenti ha presentato a Piacenza presso la libreria Fahrenhait il libro di Annalisa Ferrari,”Il mio nome dimenticato” – vita di Gerolamo Lazzeri (edito da Giuseppe Chiappini), dove l’autricedi trasforma in un romanzo storico la bibliogafia del protagonista.

” all’età di 22 anni arrivò a Milano entrando subito in contatto con esponenti politici quali Gaetano Salvemini, Piero Gobetti, Benedetto Croce, L. Basso e Benito Mussolini quando questi era direttore dell’Avanti. Dapprima seguace del socialismo rivoluzionario di Mussolini, di cui fu anche amico, si indirizzò poi verso il filone del socialismo riformista turatiano. Nel suo lungo pellegrinare da Milamo a Como, a Varese … sempre perseguitato dalla polizia fascista, poi incarcerato, non venne mai meno nella difesa degli ideali del socialismo.”

Nel 1896 il sindaco é il sig. Rossi Luigi  aiutato a gestire l amministrazione dal segretario  Sig. Luciani Angelo.

All inizio del nuovo secolo 1899-1900 il sindaco é il Dott.Clemente Boni fu Antonio aiutato a gestire l amministrazione dal segretario  Sig. Carlo Malatesta.

1905 L’ex sindaco di Tresana, l’avvocato Enrico Rossi, è eletto Presidente della Società di Mutuo Soccorso di Aulla.

Il Comune fra le due Guerre Mondiali

Il contributo in termini di concittadini tresanesi caduti durante il primo conflitto Mondiale fu di 108 unità.

Il 22 11 2014 il Comune di Tresana organizzò una giornata commemorativa per le celebrazioni del centenario della Grande Guerra e tutti i loro nomi furono riportati in un manifesto che l’amministrazione comunale fece stampare in loro ricordo.

I nomi di molti di loro sono poi ricordati in lapidi celebrative sparse nelle varie frazioni del Comune.

 

Alle ore 7.56 del 7 settembre 1920 una violenta scossa sismica (magnitudo 6. 48) , preceduta la sera del 6 settembre da una scossa di minore intensità, interessò un’area di circa 160 km2 della Toscana settentrionale, ai confini con la Liguria, comprendente la Lunigiana e la Garfagnana, nel Comune di Tresana non si registrano danni da essere menzionati negli aechivi storici, caddero calcinanci e vecchi muri, in molti passarono una notte a dormire nei campi, più sfortunati furono i comuni di Casola e Fivizzano.

Dopo la prima Guerra Mondiale la popolazione rimane stabile.

Dal censimento generale del 1927 risultano  4595 ab.

Negli anni seguenti  la popolazione tende ad aumentare come risulta  dall’ Annuario Toscano  del 1930 della casa editrice  Ruffilli di Firenze, dove gli abitanti risultano 5218,

 

Il podestà é il sig. Artemio Boni.

1933

Don Giovanni Battista Mastrini inizia il suo operato  nella parrochia di Tresana lo terminerà nel 1999.

1940

Nel Nostro Comune ce la ricerca degli Ebrei. 

Questo, a causa, dell’entrata in guerra dell’Italia fascista, affianco alla Germania.

La persecuzione viene inasprita. 

Vengono internati gli ebrei stranieri che non hanno potuto lasciare la penisola e quelli italiani ritenuti maggiormente pericolosi. 

Al nostro Comune viene chiesto di segnalare e confiscare il passaporto di eventuali cittadini ebrei residenti. 

Come mostra il seguente documento del 10 febbraio 1040 a firmadel podesta Artemio Boni.

Durante la Seconda Guerra mondiale, in Barbarasco viene posto un distaccamento tedesco.

Per un breve periodo  nei boschi di Popetto pongono avamposti gruppi di partigiani sarzanesi.

“Il nucleo di vecchi antifascisti sarzanesi, come Ranieri, Podestà, Vesco, Montarese e Luciani si trasferisce così a Zerla (Comune di Albareto, PR). Anche da lì però i “ribelli” devono venire via in quanto sulle loro tracce sono i fascisti.Proprio perciò i partigiani varcano la catena del Gottero e raggiungono Popetto di Tresana (MS) che nel febbraio-marzo diventa il punto geografico di riferimento dei resistenti sarzanesi” gennaio febbraio marzo 1944

Il territtorio Comunale é teatro di eccidi e battaglie partigiane.

In località Tavella il 22 – 8 – 1944 furono uccisi tre abitanti di Tavella.

Qui si trova una lapide che ricorda l’ eccidio nazista che  fa tornare alla mente, quel che disse un anziano di Tavella: “Un giorno sono arrivati i tedeschi ed hanno bruciato tutto il paese”…..

Il cippo, eretto a ricordo delle tre vittime della barbarie nazifascista, indica il luogo preciso in cui avvenne l’atroce delitto. L’area boschiva, il silenzio, interrotto solo dal mormorio delle acque del piccolo torrente, porta il visitatore a immaginare l’atto violento subito da quei tre uomini nel “loro” bosco.

La Tavella non fu l unica frazione dove cittadini del Comune furono passati per le armi, una lapide nella frazione di Villa riorda che il 3-02-1944 Antonio Boni fu ucciso dai nazifascisti.

In località Ceppino di Careggia  il 18-1-1945, ebbe luogo una battaglia tra un gruppo di partigiani, appartenenti alle brigate “Giustizia e Libertà”,  e alcune pattuglie di soldati tedeschi stanziati a Barbarasco.

Anche in memoria di questo fatto di sangue é stato eretto un cippo celebrativo.

Oltre che  alla presenza tedesca della Wehrmacht  e delle azioni dei gruppi partigiani, pochi sanno che nel territorio tresanese prese inizio un azione militare dei commando brittanici.

A metà agosto 1943, il comando del SAS organizzò la Operations Speedwell, L’obiettivo era di sabotare le ferrovie che attraversavano gli Appennini per cercare di rallentare i rifornimenti tedeschi. L’operazione era divisa in due gruppi: uno, di sette uomini al comando del capitano Philip Pinckney (Gruppo Uno) doveva paracadutarsi presso Firenze e l’altra, di sei militari al comando del capitano Dudgeon (Gruppo Due) doveva fare altrettanto vicino a La Spezia.Il Gruppo Uno si paracadutò ed effettuò la missione rientrando alle linee. Il Gruppo Due ebbe ben più tragico epilogo.
Il Gruppo Due atterrò presso Barbarasco Tresana, in Lunigiana  nella valle del fiume Magra. Il terreno dove presero terra era montagnoso e le principali linee ferroviarie si snodavano a ovest e a sud-est. La linea Livorno-Genova attraversava numerosi tunnel e questo costituiva un’ottima cosa per effettuare sabotaggi. Dopo aver preso terreno, i gruppi raccolsero armi, esplosivi e materiali e si divisero in tre team: Dudgeon e Brunt  -Wedderburn e Challenor – Foster e Shortall. Dopo alterne vicende Dudgeon e Brunt furono catturati sulla strada che da Pontremoli porta  al passo della Cisa e vennero fucilati.Stessa sorte  ebbero Foster e Shortall catturati in località La Foce  sull’Aurelia tra La Spezia e Riccò del Golfo furono piu anche loro fucilati.Solo Wedderburn e Challenor vennero anche loro cattutati ma non vennero passati per le armi.

Gli aerei tedeschi ed alleati sorvolarono spesso il cielo sopra il nostro Comune.

Il 26 aprile del 1944, il ventiduenne pilota tedesco della Luftwaffe Rolf Rathgeber  fu abbattuto  e cadde col suo aereo in un canalone poco lontano da Giovagallo e fu sepolto con una semplice croce di ferro a ricordo, ma la gente del posto ricorda che la stessa fu mitragliata e divelta da un nucleo di partigiani e si perse così la memoria della sepoltura.Finita la guerra la madre del soldato tedesco  fece scrivere al comune di Tresana per rintracciare la tomba del figlio facendo appello ad una madre italiana, affinché ne avesse cura in cambio del suo impegno ad onorare 10 tombe di soldati italiani rimasti in Germania.

Nei primi mesi del 1945 nel nostro Comune ci fu la morte di un sacerdote Don Carlo Beghè – parroco di Novegigola , sul cui decesso da sempre ci fu un alone di mistero.

Due le versioni dei fatti.
Secondo la prima il 1° gennaio 1945 i tedeschi lo avevano prelevato durante un rastrellamento: maltrattato e percosso, fece ritorno a casa, pagando gli effetti di questo ‘trattamento’ che lasciarono traccia indelebile nel suo cuore ottuagenario, che avrebbe cessato di battere il 12 marzo.
La seconda vuole invece che il 19 febbraio 1945 i partigiani rossi avessero prelevato il sacerdote per percuoterlo ed inscenare una finta fucilazione , durante la quale forse rimase ferito. I postumi ne causarono la morte il 2 marzo.
Il registro parrocchiale di Novegigola annota il decesso del parroco a causa di una polmonite, ma pere ovvio non essere stato un evento poi così ‘naturale’. Un’altra anomalia è data dal totale silenzio del “Liber chronicus” di Tresana tra il febbraio e l’aprile del 1945, proprio nel periodo in cui nella vicina parrocchia di Novegigola si consumava il sacrificio di Don Carlo.
Ricerche di archivio portano alla luce come il sacerdote fosse nato il 28 ottobre 1861 ed ordinato nel 1886. La data di morte riportata sia nei registri parrocchiali che in quelli comunali dichiarano la morte di Don Carlo il 2 marzo 1945. Ciò avvalorerebbe la seconda tesi, quella che accusa i partigiani.
La prima tesi viene rafforzata dalle dichiarazioni di un pronipote di Don Beghè, che ha testimoniato in modo circostanziano ed affidabile che “in quel periodo viveva insieme a noi a Novegigola, e ospitavamo anche alcuni elementi di spicco della resistenza nella zona di Tresana: un medico, un ex ufficiale dell’esercito, ecc… Questi, di tanto in tanto, facevano capolino da noi e passavano la notte lì. Un giorno, probabilmente in seguito ad una spiata,  fecero irruzione in casa nostra le SS, insieme ad alcuni marinai della X Mas. Io e mio padre ci nascondemmo subito in una sorta di scantinato, ma lo zio, impaurito dalla situazione, indicò ai militari dove ci eravamo nascosti. Così fummo arrestati: erano le prime luci del giorno del 17 febbraio 1945. Sia io che mio padre avremmo trascorso nelle carceri fasciste i successivi due mesi. So quello che è successo al parroco perché mi è stato raccontato in seguito, dopo il 20 aprile, e non perché l’abbia visto con i miei occhi: come ho detto, noi fummo fatti subito prigionieri e portati via. Accadde dunque che i tedeschi lo trascinarono a forza verso la chiesa di Novegigola, alla ricerca di alcuni partigiani che pensavano fossero nascosti nel campanile. Non so se davvero abbiano poi inscenato una finta fucilazione, o se comunque sia rimasto ferito; ma di certo, girando per le strade di Novegigola a febbraio, andò a finire che si buscò una brutta polmonite, che in una decina di giorni se lo portò via. D’altronde ormai era anziano e debole. Pensi che in occasione delle feste comandate non ce la faceva neanche più a officiare le messe, e si faceva aiutare da un frate di Brugnato”.
Le violenze subite dalle forze nazifasciste sembrano dunque a tutti gli effetti essere la causa ultima che a portato alla morte in breve tempo questo parroco della Lunigiana, un uomo con i suoi pregi ed i suoi difetti, che sino alla fine è rimasto fedele al ministero a lui affidato.

 

Il 27 marzo 1945 tutto il territorio comunale viene liberato: il CLN provinciale assume le funzioni di Giunta provvisoria del Governo e nomina sindaco del Comune di Tresana Giuseppe Brunetti.

Intanto il maggiore inglese Gordon Lett, già comandante del “Battaglione Internazionale”, viene nominato dagli Alleati Governatore di Pontremoli e della Lunigiana.

1949

A seguito di concorso sono nominati i nuovi medici condotti dei paesi della Lunigiana a Tresana  apre un ambulatorio il dottor Corrado Ribet.

 

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